South working: la nuova frontiera dello smart working

Nell’anno dell’ emergenza sanitaria provocata dal Covid19 il mondo del lavoro ha visto affermarsi e diffondersi rapidamente lo smart working coinvolgendo circa 6,5 milioni di lavoratori.

Una nuova normalità sta prendendo piede e cresce la consapevolezza dei vantaggi del lavoro agile in termini di produttività e di work time balance.

Mentre nelle aziende di selezione del personale più orientate a sostenere la trasformazione digitale, come Risorse.it, si moltiplicano gli annunci di lavoro in modalità agile, lo smart working vive una nuova evoluzione: il south working.

Fenomeno passeggero o l’inizio di una rivoluzione nella geografia del lavoro?

 

Il Covid ha cambiato il volto delle grandi città riportando a casa i lavoratori anche quando la casa era lontana, così lontana da essere diventata ormai solo meta di vacanza.

Lavorare da Sud per aziende collocate a Nord ha dimostrato, di fronte all’evidenza dei fatti, di essere un’opzione praticabile .

Ispirato da questa considerazione  è nato South Working Lavorare dal Sud  il movimento formato da giovani professionisti, manager, imprenditori o accademici impegnati a promuovere il south working e a seguirne l’evoluzione attraverso l’Osservatorio SVIMEZ.

Il south working ha interessato soprattutto le grandi città, che hanno dovuto rinunciare alla presenza di lavoratori e studenti fuori sede tornati nelle zone di origine.

Gli effetti del south working sull’economia delle grandi città

 

Secondo una stima de Il Sole 24 Ore, la città di Milano ha aumentato la sua popolazione residente di circa 100mila unità in 20 anni.

I nuovi residenti provengono principalmente dal Mezzogiorno e si aggiungono agli studenti e ai lavoratori fuori sede che vivono e consumano a Milano, pur mantenendo la residenza nelle regioni di origine.

Il south working, come viene evidenziato da diversi osservatori, produrrebbe effetti importanti nelle grandi città dall’economia fondata sui servizi e sul terziario.

Con il ritorno dei lavoratori al Sud, inoltre, il florido mercato degli affitti immobiliari nelle grandi città subirebbe una prevedibile contrazione come fa notare il sociologo Domenico De Masi affermando che:

 

In questo primo momento, i giovani tornati al Sud hanno dovuto accettare condizioni di emergenza ma, via via, troveranno una loro vita ben più equilibrata di quella cui erano costretti da immigrati nel Nord. Tanto più che i borghi meridionali sono spopolati e gli alloggi costano molto meno che a Milano o a Torino”.

Quanti sono oggi i lavoratori delle grandi aziende in south working?

 

La ricerca condotta dall’osservatorio SVIMEZ parla di 45.000 lavoratori coinvolti. Si tratta di impiegati di 150 grandi aziende con oltre 250 dipendenti. Facendo una stima dei south workers provenienti  dalle piccole e medie imprese, SVIMEZ conta in totale 100 mila south workers durante il primo lockdown.

L’85% degli intervistati ha sostenuto che tornerebbe a vivere al Sud se potesse mantenere il  posto di lavoro lavorando a distanza.

 

Nato pochi anni fa come silenzioso fenomeno di nicchia, il South working può mostrare ora le sue potenzialità e rappresentare per il Paese un importante strumento di riequilibrio demografico, territoriale ed economico!